La Storia del Seti

LA STORIA DEL SETI

Nel 1997 anche l’Italia aderiva al progetto S.E.T.I. (Search for Extra-Terrestrial Intelligence) però, fino ad oggi, i risultati ottenuti non sono stati soddisfacenti. Tuttavia occorre perseverare, in quanto i ricercatori sono fiduciosi del fatto che, prima o poi, riusciranno a scoprire altre civiltà. Dunque, venti anni fa l’Italia aderiva al progetto di ricerca SETI; ovvero al programma per la ricerca di intelligenze extraterrestri. Ebbene, da allora sono stati raccolti migliaia di dati che però non hanno portato a risultati eclatanti. Delusione? Assolutamente NO, perchè è difficile cercare quando non si sa che cosa cercare. Sarebbe come cercare un ago in miliardi di pagliai, ammesso che l’ago esista! Il programma SETI è stato lanciato nel 1960 dall’astronomo americano Frank Drake ed è arrivato in Italia grazie all’Ingegner Stelio Montebugnoli, allora direttore della stazione radioastronomica “Croce del Nord” di Medicina (Bologna) il quale prese contatto con la NASA e con l’esperto statunitense. Ma prima di iniziare le ricerche nel nostro Paese è stato necessario attendere il 1997 quando dagli Stati Uniti giunse una apparecchiatura che faceva capo al programma SERENDIP (Search for Extraterrestrial Radio Emissions from Nearby Developed Intelligent Populations) che, una volta collegato alle parabole del radiotelescopio, ha consentito di raccogliere dati senza interferire con la normale attività di osservazione. Nel 1979 fu la Berkeley University a lanciare il progetto SERENDIP; mentre nel nel 1980, Carl Sagan, Bruce Murray, e Louis Friedman fondarono la US Planetary Society per gli studi SETI. Successivamente, agli inizi degli anni ottanta, fu, Paul Horowiz, fisico dell’Università Harvard, a proporre di progettare un analizzatore di spettro realizzato specificatamente per la ricerca delle trasmissioni SETI. Infatti i tradizionali analizzatori di spettro erano poco utili per questo compito, perchè campionavano le frequenze usando banchi di filtri analogici ed erano limitati nel numero di canali che potevano acquisire. Per cui, la moderna tecnologia dei circuiti integrati DSP (digital signal processing) poteva essere impiegata per costruire ricevitori ad autocorrelazione, capaci di controllare molti più canali. Un lavoro, questo, che portò nell’anno 1981 ad un analizzatore di spettro portatile chiamato “Suitcase SETI” con una capacità di 131000 canali a banda stretta. Pertanto, dopo un test che durò fino al 1982, il Suitcase SETI entrò ufficialmente in funzione nel 1983 con il radiotelescopio Harvard/Smithsonian da 25 metri. Così, questo sistema di ricerca, chiamato “Sentinel”, continuò fino al 1985. Ma anche i 131000 canali non erano comunque sufficienti per scandagliare il cieloradio con una velocità sufficiente; ed al sistema Suitcase SETI, nel 1985 fece seguito il Progetto META “Megachannel Extra-Terrestrial Array” con una capacità di 8 milioni di canali e una risoluzione per canale di 0,5 Hz. Questo progetto venne guidato da Horowitz sostenuto economicamente dalla US Planetary Society, e, in parte, venne finanziato dal regista Steven Spielberg. Poi, nel 1990 il progetto META II, venne avviato anche in Argentina per scandagliare il cieloradio dell’emisfero australe, dove è tuttora in funzione, dopo aver apportato un sostanziale aggiornamento della strumentazione. Sempre nel 1985, la Ohio State University, con il sostegno finanziario della US Planetary Society, avviò un suo programma SETI, chiamato Progetto “Big Ear”, grande Orecchio (Fig.1). Poi l’Università di Berkeley diede il via al suo secondo progetto SETI SERENDIP, a cui hanno fatto seguito altri due progetti SERENDIP , fino a realizzare il SERENDIP V° di quinta generazione, capace di analizzare dati anche in banda larga con il sistema K.L.T. (Karhunen-Loève Transform – trasformata di Karhunen-Loève) per cercare “l’ignoto” in SETI” in banda stretta ed in banda larga. Nonostante l’alta tecnologia raggiunta, il progetto SETI viene ancora considerato una ricerca che si basa soltanto su ipotesi, lasciando che la fantasia navighi nell’infinito. Ce chi ritiene che gli alieni siano sbarcati sul nostro pianeta milioni di anni fa, magari fuggiti da altri pianeti diventati … invivibili (Fig.2). Altri sostengono che in passato ci abbiano già fatto visita e siano andati via. Chi è convinto di vedere i loro dischi volanti e raggi traenti. Ma anche, all’estremo opposto, chi è sicuro che non esistono e che siamo completamente soli nell’Universo. Pura fantascienza! La realtà è un’altra: le distanze tra gli oggetti celesti nell’Universo sono abissali, ed, al momento, non abbiamo mezzi di viaggio capaci di superare la velocità della luce, i 300.000 Km/s. Tanto meno fino ad oggi si è presentato qualcuno dalle profondità dello spazio per contattarci. Quindi resta uno dei temi più misteriosi e affascinanti della scienza moderna. Alla domanda rivolta al Professor Seth Shostak (Fig.3) dell’istituto che dirige la ricerca, da oltre quarant’anni: … Possibile che siamo davvero soli nell’Universo? La sua risposta è stata: … Non lo credo. A dir la verità, ho scommesso un paio di caffè che capteremo segnali alieni entro i prossimi vent’anni. Giusto un paio di caffè, non una fuoriserie. Sul serio, l’Universo è così vasto che sarebbe un atto di grande presunzione pensare che siamo così speciali da essere le uniche creature intelligenti che lo popolano. Un sano ottimismo che incoraggia i ricercatori professionisti e gli amatori, i quali collaborano attraverso il progetto di ricerca SETI@home. Tiriamo le somme: dunque se si tiene conto della ripetuta scoperta della sonda Kepler di pianeti extra solari presenti nella nostra galassia, capaci di ospitare la vita; se si tiene conto di miliardi di galassie ed ammassi di galassie presenti nell’Universo e, quindi, di una moltitudine infinita di pianeti che li compongono, ci dovrà pure essere un pianeta dove si è sviluppata la vita; una ricerca, questa, sotto forma di equazione già formulata da Frank Drake nel 1961 (Fig4) e se si tiene conto che a rafforzare la ricerca si è aggiunto anche il radiotelescopio FAST di 500 metri di diametro (Fig.5) realizzato in Cina; non ci resta che attendere… pazientemente!

Dott. Giovanni Lorusso (IK0ELN)